Prima data, 27 ottobre, con l’ampliamento della definizione di “nudità non consensuale” riguardante immagini o video a sfondo sessuale della cui realizzazione la vittima non sia stata consapevole, con la relativa rimozione dei tweet che violano la regola e sospensione degli account responsabili di averle pubblicate. Dallo stesso giorno, i titolari di accounts sospesi per abusi di questo tipo potrà “fare appello” contro la decisione di Twitter.
Parte da qui il calendario degli aggiornamenti alle regole di Twitter che la società ha presentato sul sito web e veicolato tramite l’account Twitter @TwitterSafety, nati proprio per tutelare gli utenti, nel rispetto del diritto di espressione, da abusi, molestie, linguaggio d’odio.
Un ventaglio ampio di situazioni nelle quali rientrano l’odio e la violenza contro le donne, le molestie sessuali, il razzismo, il cyberbullismo, i troll.
Il social che cinguetta ha già da tempo adottato un set di regole, che da fine ottobre rende più trasparente con la pubblicazione costante della tabella di marcia degli aggiornamenti, come spiega on line la compagnia: “This is the first time we’ve shared this level of visibility into our work, and we hope it helps build trust along the way”.
Per la prima volta e da ora in poi Twitter quindi aggiornerà in tempo reale gli utenti sulle strategie e le modifiche delle regole in programma, allo scopo di rendere Twitter “a safer place”, un posto più sicuro, e anche più trasparente.
Le novità in calendario
Così, dal mese di novembre, sappiamo già che il social instaurerà una sorta di contraddittorio con gli account che verranno bloccati o sospesi per violazione delle regole inviando una e-mail per spiegare quali regole sono state violate (dal 1° novembre) o notificando al titolare dell’account la sua sospensione, sempre via e-mail (dal 3).
Sempre da inizio novembre Twitter inizierà a sospendere gli account di gruppi o associazioni che inneggiano alla violenza, e avvierà una modifica delle policy sia per quanto riguarda le immagini o i simboli di odio, che verranno vietati anche per gli avatar e gli header dei profili, e dei quali saranno diffusi esempi, sia per quanto riguarda i contenuti ritenuti “sensibili”, che comprenderanno quelli per adulti e quelli anche graficamente violenti. Saranno invece ricomprese esplicitamente tra le violazioni delle “Twitter rules” le molestie a sfondo sessuale.
Verrà anche ampliato l’ambito di ciò che è considerato “spam”, saranno implementate tecnologie per una più efficiente reportistica delle segnalazioni di violazione, mentre dal 22 del mese il social non consentirà più nomi di account offensivi. A dicembre il team lavorerà sulle segnalazioni da parte di testimoni delle violazioni, quindi non solo da parte di chi ne viene direttamente colpito.
Twitter si impegna così a un monitoraggio costante dei linguaggi sul social, delle aspettative degli utenti circa i contenuti veicolati, e dei loro feedback rispetto all’aggiornamento delle regole, tese a circoscrivere ciò che dall’on line speech deve rimanere fuori.
Questo forse anche in risposta alla campagna #WomwnBoycottTwitter, legata allo scandalo delle denunce per violenza sessuale contro il produttore americano Harvey Weinstein, lanciata per invitare in particolare le donne a silenziare il social per un giorno – il 13 ottobre – a sostegno di chi denuncia.
Hate speech: il lavoro della Commissione parlamentare italiana “Joe Cox”
Quello del linguaggio d’odio o hate speech, che veicola anche sui social intolleranza, odio, razzismo, sessismo, è, del resto, un tema attuale anche per le istituzioni italiane, consapevoli della propria responsabilità nell’intercettare un fenomeno in crescita e della necessità di mettere in campo strumenti, anche educativi, di prevenzione e cambiamento culturale.
Vanno in questo senso, ad esempio, le 56 raccomandazioni della Relazione conclusiva della Commissione parlamentare “Joe Cox” sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, presentata a luglio 2017.
Una delle ricerche utilizzate per la relazione, la Mappa dell’intolleranza n.2 realizzata dall’Osservatorio italiano sui diritti Vox in collaborazione con le università di Roma La Sapienza, e di Milano e Bari, ha analizzato un campione di oltre 2 miliardi di tweet tra agosto 2015 e febbraio 2016, individuando 6 gruppi rispetto ai quali l’intolleranza è più diffusa: donne, omosessuali, immigrati, diversamente abili, ebrei e musulmani. Le donne risultano tra le più bersagliate dai messaggi d’odio, a sfondo sessista.