Iper-social, super connessi, disposti a concedere i propri dati pur di scaricare una app, pur di essere nella piazza virtuale, non troppo consapevoli dei possibili rischi di una mancata o cattiva gestione della propria reputazione digitale.
Sono gli italiani, adulti e minorenni, fotografati da Ipsos nella ricerca “Il consenso in ambiente digitale: percezione e consapevolezza tra teen e adulti“, svolta per Save the Children (STC) e pubblicata il 7 febbraio in occasione del #SID2017, Safer Internet day 2017, la giornata internazionale dedicata a promuovere l’uso responsabile delle tecnologie digitali.
Connessi e social, quindi, ma con quale percezione delle implicazioni delle proprie “azioni digitali”? Esistono differenze di approccio tra adulti, che per questioni anagrafiche e di ruolo dovrebbero essere i punti di riferimento, e adolescenti?
L’indagine
La mappatura del campione degli adulti – 801 interviste complete a persone tra i 25 e i 65 anni, rappresentativo d e per genere e per area geografica – descrive una popolazione con lo smartphone sempre in mano e sempre connesso, spesso su uno dei profili social. Il 95% degli intervistati ha lo smartphone, che sbaraglia le altre device, inseguita da laptop e tablet, e favorisce la connessione da remoto (90% rispetto al 47% del 2014). Il 74% degli adulti intervistati è sempre connesso dal lunedì al venerdì, poco meno, il 69%, quelli connessi h 24 nel we. Il 94% ha almeno un profilo/account social attivo, per una media di 5,2 profili/account a testa. Facebook (81%) e whatsapp (65%) sono i social al top per gli adulti, in crescita risetto al 2014, mentre Twitter è più meno stabile, al 38%.
In questo contesto, la consapevolezza delle conseguenze del rilascio di propri dati o della condivisione di contenuti esiste ma sembra affievolita dalla scarsa percezione della loro entità. Il 92% del campione giudica “il giusto prezzo” una ipotetica richiesta di accesso ai dati in cambio dell’attivazione di una app, e il 50% accetta, anche se il 63% ha rinunciato almeno una volta a un servizio o una app per non cedere i propri dati. Il 64% è consapevole che si lasciano tracce durante la navigazione, ma sono molto varie le risposte sul tipo di contenuti tracciati. Il 47%, inoltre, non sa che si può navigare in anonimato.
Scarsa la consapevolezza dell’importanza di gestire attivamente i propri profili per tutelare la propria “web reputation“: il 90% non cancella commenti ai propri post o lo fa raramente, l’88% non rimuove i tag che lo riguardano da una immagine postata, l’86% non cancella, o lo fa raramente, qualcosa postato in passato.
Atteggiamenti che sembrano in linea con le opinioni sulla condivisione di contenuti intimi/riservati postati. Per il 75% non è mai sicuro postarli. L’81% pensa che non sia sicuro ma che comunque condividendoli si dà automaticamente il consenso alla diffusione; per il 67% è responsabile soprattutto chi diffonde. Un altro 47% lega la sicurezza della condivisione alla conoscenza delle persone con cui avviene, così come la conoscenza degli altri utenti conta nella selezione delle informazioni: la notizia è ritenuta attendibile dal 53% del campione se lo è da persone fidate. Per il 37%, invece, conta che sia molto condivisa in rete.
Conoscenze diffuse, dunque, ma bassa percezione delle conseguenze della propria presenza in rete, condizionata comunque (al 47%) dal giudizio degli altri utenti, anche se non conosciuti, nella scelta di servizi o app.
E i ragazzi, gli adolescenti? I dati per certi aspetti si possono quasi sovrapporre, evidenziando – sottolinea Raffaella Milano, direttore Programmi Italia-Europa di STC – “che adulti e ragazzi condividono le stesse conoscenze, gli stessi livelli di consapevolezza delle conseguenze dei loro comportamenti in rete”.
Il 97% del campione rappresentativo, selezionato tra i 12 e i 17 anni per 804 interviste, possiede e usa uno smartphone, a seguire il pc (91%) e la console per videogiochi (79%); il 47% è sempre connesso. E lo smartphone arriva sempre prima: oggi l’età media è 11 anni, a fronte dei 12,5 nel 2015.
Si sta in rete per chattare nel 91% dei casi, per controllare le proprie home page sui social (78%) o per condividere foto o video sui social (58%). L’87% del campione infatti ha almeno un profilo, la media è di 5,4 profili, più alta che per gli adulti. Whatsapp, Instagram e Youtube sono in forte crescita tra i teen ager, mentre Facebook è in calo rispetto a 4 anni fa.
Si mente con naturalezza sull’età: quella media reale è 12,6 anni, quella dichiarata 16,7. Il 40% dei ragazzi intervistati, però, non sa che si può navigare anonimamente, e il 43% che ne è consapevole non saprebbe come farlo.
Molto simile a quello del mondo adulto il dato sulla gestione più o meno accorta della propria immagine/reputazione in rete: l’88% non toglie mai o toglie raramente un tag che lo riguarda da un’immagine, il 91% non ha mai disattivato/ha disattivato raramente un profilo/app, l’87% non cancella commenti altrui a un proprio post. Un’altra percentuale che accomuna le due fasce è quella relativa alla cessione di dati in cambio di attivazione di una app: per il 90% dei ragazzi è il “giusto prezzo”, come per gli adulti.
Proporzioni simili anche quando si parla di condivisione di contenuti/immagini intimi/riservati, con percentuali più corpose: se il 72% ritiene che non è mai sicuro, il 73% ritiene che non lo sia ma che una volta condivisi è implicito il consenso alla diffusione, mentre il 65% attribuisce la responsabilità della successiva diffusione soprattutto a chi diffonde. Anche per i ragazzi il giudizio dei “pari”, anche se sconosciuti, è importante: il 40% lo considera se deve selezionare servizi o app.