Nell’intricatissimo mondo che ci ospita, comincia a intravedersi un orizzonte un po’ diverso da quello paventato dagli sponsor della Tecnica agli albori del world wide web.
In una recente intervista, Massimo Cacciari, alla domanda della giornalista “in un mondo dominato dalla tecnica, in cui viene propugnato il sapere scientifico in nome di una presunta ‘utilità’, la cultura umanistica ha ancora valore?” risponde asserendo che: “non c’è alcuna separazione di piani. L’uomo è homo technicus umanesimo vuol dire studio dell’uomo. Si tratta di un dato riconosciuto sin dall’antichità, quando i sapienti si occupavano di politica, di tecnica, di pittura. Un homo technicus può essere benissimo un individuo che si interessa di Dante, di Shakespeare. Il problema sorge quando un progresso tecnico, economico, finanziario non riesce a essere governato in modo tale da rendere meno drammatiche le contraddizioni, gli squilibri del nuovo corso.”
Ingegneri o filosofi?
Qual è, dunque, la notizia? Che probabilmente grazie – o malauguratamente dipende dai punti di vista – all’intelligenza artificiale non saranno più necessarie competenze specificatamente informatiche per trovare lavoro in ambito tecnologico. Matt Candy, managing partner di IBM nel settore dell’IA generativa, è convinto, ad esempio, che le aziende prima o poi non avranno più necessità di chi si approccia all’intelligenza artificiale soltanto con competenze tecniche e informatiche. Sarà indispensabile conoscere la lingua e correttamente saperla scrivere, così come saper fare le domande giuste ed essere in grado di attivare processi creativi. Candy sottolinea, in un’intervista rilasciata a Fortune, che non solo ingegneri e informatici ma saranno necessari nelle aziende, filosofi, antropologi, intellettuali e tutta quella schiera di persone che si sono formate attraverso percorsi di studi umanistici. Con l’IA diventa prioritaria la ricerca di persone con spiccata intelligenza emotiva e che sappiano, in parole povere, padroneggiare il pensiero creativo che si acquisisce frequentando “the liberal arts”.
Soft Skills
Tutto ciò detto riporta in primo piano parte del risultato dell’indagine sul futuro del lavoro, condotta da The World Economic Forum 2023, dove, come competenze più importanti, al primo posto troviamo il pensiero analitico e il pensiero creativo per i lavoratori nel 2023; soltanto al sesto posto si troveranno le competenze digitali. Core skill for workers in 2023:
1. Analytical thinking
2. Creative thinking
3. Resilience, flexibility and agility
4. Motivation and self-awarness
5. Curiosity and lifelong learning
6. Technological literacy
Nuove competenze, nuove figure lavorative: dal prompt engineer al prompt designer, dall’AI Ethicist al conversation designer al data labeler. Ma non si esaurisce qui l’elenco delle nuove figure lavorative grazie all’IA.
Breve nota: sono tutte buone notizie se prese singolarmente, ovvero senza incrociare i dati per leggerne un quadro più esaustivo. La transizione in atto non si sa bene dove ci porterà, ancora. L’allarme, il Report di cui sopra, lo ha già lanciato: da qui fino al 2027 il saldo tra nuovi posti di lavoro e quelli che andranno ad esaurirsi (forse) per le nuove tecnologie è negativo. Si stima verranno creati 69 milioni di nuovi posti di lavoro a fronte di 83 milioni che saranno eliminati. È innegabile che l’IA stia cambiando rapidamente il volto non solo del mondo del lavoro ma anche e soprattutto della Pubblica Amministrazione, ma corpi intermedi, politica, associazioni di categoria, società civile tutta devono ri-trovarsi perché questa diventi la grande svolta e non un nuovo 2008.
Ma torniamo al punto di partenza.
IA e Filosofia
Non stupisce questo approdo. Diversi atenei italiani, già da tempo, offrono corsi universitari dove scienze umanistiche e tecnica si incontrano in percorsi innovativi. Rigore nei processi di analisi e conoscenza e brillante e acuta capacità di immaginare il futuro, oggi, restano più appetibili rispetto alla sola e più pragmatica competenza tecnica. Gli atenei sono lo specchio della domanda in crescita, o almeno così dovrebbero essere. Da Filosofia e trasformazione digitale a Udine, Filosofia e Intelligenza Artificiale a Roma a Filosofia e Scienze e Tecniche psicologiche a Perugia, diversi sono i corsi in cui Tecnica e Sapere camminano a braccetto. Già nel 2017 si registrò, ad esempio, un aumento di richiesta di laureati in Filosofia nelle aziende per la posizione di Direttore HR. Pian piano l’impiego di filosofi si è spostato verso reparti e settori più strategici. Non stiamo parlando, dunque, di una novità in termini pratici ma di un cambio di paradigma. La necessità di avere in azienda persone in grado di costruire conoscenza, oggi, non più alle soglie ma completamente dentro realtà immersive e generative, diventa una priorità che la sola Tecnica non può assicurare.
Che sia arrivato il momento della rivincita di chi si è sempre sentito dire… “con la Cultura non si mangia”?