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Democrazia digitale e Beni Comuni: il Progetto BePART e la nuova frontiera della sussidiarietà

Dall’articolo 118 della Costituzione ai Patti di Collaborazione: come le tecnologie digitali stanno trasformando il rapporto tra cittadini e Pubblica Amministrazione, rendendo la cura degli spazi condivisi un motore di “salute sociale”.

Il concetto di “bene comune” non è più solo una categoria giuridica o un ideale romantico; è diventato il terreno di una sperimentazione amministrativa senza precedenti che vede l’Italia all’avanguardia in Europa.

Al centro di questa rivoluzione c’è il principio di sussidiarietà orizzontale, sancito dall’articolo 118 della Costituzione, che riconosce l’autonoma iniziativa dei cittadini per lo svolgimento di attività di interesse generale.

L’amministrazione condivisa dei beni comuni è una formula organizzativa fondata sulla collaborazione tra amministrazione e cittadini: la novità di questo modello è, infatti, la parità tra cittadini e istituzioni
Al centro di questo modo di amministrare c’è il prendersi cura dei beni comuni – ad esempio piazze, giardini, scuole, sentieri, beni culturali o anche beni immateriali come se fossero cose proprie.

Ma come si passa dalla norma alla pratica quotidiana di un giardino riqualificato o di un centro culturale rinato?

La risposta risiede nei Patti di Collaborazione. Per indagare l’efficacia di questi strumenti, è nato il progetto di ricerca BePART (Bound to Digitalized Public Administrations to Restore citizens’ Trust), un’iniziativa di rilevante interesse nazionale (PRIN 2022 PNRR) curata dalle Università di Siena e Cagliari e finanziata dall’Unione Europea tramite il NextGenerationEU e dal MUR.

BePART: Oltre la partecipazione, verso la “Salute Sociale”

Daniela Sorrentino,  Davide EltrudisTra gli obiettivi di BePART, di cui è responsabile la professoressa Daniela Sorrentino dell’Università di Siena e co-coordinatore il dottore Davide Eltrudis dell’Università di Cagliari, c’è l’ambizione di capire se la trasformazione digitale dei processi gestionali nella co-produzione di servizi pubblici possa realmente rafforzare la fiducia dei cittadini nella PA.

Il progetto propone di andare “Beyond Participation” (Oltre la partecipazione). Non si tratta solo di coinvolgere gli abitanti, ma di dimostrare che la gestione condivisa dei beni comuni genera benessere e “salute sociale”. Un cittadino che si cura di una piazza è un cittadino più integrato e, in ultima analisi, più sano.
In questo progetto le due Università sono state supportate da Labsus, Laboratorio per la sussidiarietà, nella diffusione di un questionario di indagine rivolto a pubbliche amministrazioni e cittadini attivi, per indagare in che modo i patti di collaborazione influenzano il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

Il Digitale come “Abilitatore” di Comunità

Se il Regolamento comunale sui Beni Comuni è la “bussola” giuridica, la comunicazione ed il digitale possono rappresentare il “motore” operativo dei patti. Dall’analisi condotta dal team di ricerca, tra cui la dottoressa Gabriella Pica, emergono evidenze chiare sull’uso degli strumenti.

Per la trasparenza e formalità il sito web istituzionale e la PEC rimangono le fondamenta legali indispensabili per garantire pubblicità e certezza ai patti, per un’agilità operativa WhatsApp e Google Drive sono gli strumenti più utili nella quotidianità.
WhatsApp abbatte le barriere burocratiche per risolvere piccoli problemi, per esempio, segnalare la mancanza d’acqua in un giardino, gestire gli acquisti per la pulizia del bene, o la sua apertura agli utenti, o la condivisione degli spazi gestendone le prenotazioni orarie e giornaliere con google calendar, mentre un Drive facilita la co-progettazione asincrona del testo del patto. Non vi è dubbio poi che per favorire l’engagement e la visibilità i Social Media, da Facebook a Instagram, da tik tok ad X  (twitter), dominano la fase di promozione e rendicontazione sociale. Servono a chiamare a raccolta i volontari e a mostrare alla comunità i risultati tangibili della cura collettiva.

Ma quali sono i casi interessanti presi in esame dalla ricerca?

Da Torino a Bagheria (Pa), da Trevigiano Romano a Verona, dal Sud al Nord d’Italia, la ricerca ha scandagliato tra diversi Comuni ed ha acceso i riflettori su casi esemplari dove il digitale ha fatto la differenza.

Il Caso Torino: Amici di Piazza Paravia

Amici di Piazza Paravia”, nel quartiere San Donato di Torino, è uno dei casi più interessanti di patto di collaborazione per la cura dei beni comuni urbani. È un esempio maturo di amministrazione condivisa, nato dal progetto europeo Co-City, che ha trasformato uno spazio pubblico in un luogo vivo grazie all’impegno continuativo di cittadini, associazioni e istituzioni. Il Patto di collaborazione nasce tra Gruppo informale di cittadini e cittadine, Associazione Banca del Tempo della Circoscrizione 4, Associazione Ecoborgo Campidoglio, Cooperativa sociale San Donato e Circoscrizione 4.
Il patto di collaborazione prevede azioni di cura e manutenzione della piazza al fine di rendere più fruibile e piacevole la sosta, il gruppo di soggetti civici firmatari del patto hanno lavorato in questi anni con l’obiettivo di allargare la partecipazione e il coinvolgimento delle realtà del territorio.
Qui il dipartimento di informatica dell’Università di Torino ha collaborato attivamente per sperimentare tecnologie digitali avanzate. Il progetto europeo CO-CITY ha permesso di facilitare strumenti complessi come le “banche del tempo” e le “biblioteche degli oggetti”, dimostrando come il digitale possa scalare piccole iniziative spontanee in modelli di gestione complessi e tecnologicamente avanzati.

Il Caso Bagheria: Il Centro Don Milani

Il Centro Don Milani di Bagheria è un centro aggregativo giovanile nato all’interno di un bene confiscato alla mafia, oggi trasformato in uno spazio educativo, culturale e comunitario. È diventato negli ultimi anni un punto di riferimento per i giovanissimi di Bagheria e Aspra. Un polo aggregativo per giovani che offre attività educative, creative, culturali e ricreative rivolte ai ragazzi del territorio.  Uno spazio di comunità, gestito da una rete di associazioni tramite un Patto di Collaborazione con il Comune di Bagheria, firmato nel 2022 dopo un lungo percorso coordinato dal CeSVoP (Centro di Servizi per il Volontariato di Palermo).

A Bagheria, il digitale è stato usato per trasformare il desiderio di riscatto territoriale in azione concreta. L’uso di strumenti collaborativi ha permesso di definire responsabilità chiare, riducendo il consumo di carta e includendo i giovani. Il progetto ha visto anche la nascita di una web agency.  Tuttavia, l’esperienza locale evidenzia anche il rischio di digital divide per i cittadini più anziani, sottolineando che la tecnologia deve essere un ponte, non una barriera.

Il caso di Verona 360: Il paesaggio urbano come bene comune digitale

Il caso di Verona 360 rappresenta un’evoluzione significativa del concetto di “spazio condiviso“, portandolo dal piano fisico a quello della realtà virtuale.

Nato da un Patto di Collaborazione tra il Comune e alcuni cittadini esperti in produzione multimediale, il progetto ha trasformato la mappatura della città in un bene comune digitale accessibile a tutti. Attraverso l’uso di droni e fotografie a 360°, la piattaforma non si limita a offrire tour immersivi del patrimonio storico, ma svolge una funzione generativa e informativa: ospita infatti un itinerario interattivo dedicato proprio alla visualizzazione dei Patti di Collaborazione attivi sul territorio.
In questo contesto, il digitale agisce come un potente “abilitatore di trasparenza“: strumenti semplici come Google Sheets e WhatsApp hanno facilitato il coordinamento asincrono tra PA e cittadini, mentre la piattaforma VR ha reso visibile e “visitabile” l’impegno civico, trasformando dati amministrativi complessi in un’esperienza user-friendly che stimola l’emulazione e il networking tra abitanti.

Il caso di Radio Lago (Trevignano Romano): La web radio come infrastruttura di prossimità e salute sociale

A Trevignano Romano, il progetto Radio Lago dimostra come le tecnologie digitali possano farsi carico della “salute sociale” di una comunità, specialmente in contesti di crisi. Nato durante l’emergenza pandemica per contrastare l’isolamento, questo Patto di Collaborazione ha visto il Comune finanziare l’infrastruttura tecnologica e i cittadini gestire palinsesto e contenuti. La web radio è diventata un bene comune immateriale, uno spazio digitale di ascolto e partecipazione che ha permesso di includere le fasce più vulnerabili — garantendo, ad esempio, la fruizione a distanza di eventi e funzioni religiose per chi aveva mobilità ridotta. Oltre allo streaming, il progetto ha integrato sistemi digitali di “ricompensa” (Meritz) per valorizzare il tempo donato dai volontari, dimostrando che il digitale non è solo un mezzo di trasmissione, ma un ecosistema capace di generare nuove competenze nei giovani e di consolidare il tessuto relazionale e commerciale di un intero borgo.
Il coordinamento non è privo di ostacoli. Se da un lato il digitale accelera i processi, dall’altro strumenti troppo rigidi o un’eccessiva burocratizzazione e standard e procedure pesanti possono soffocare l’entusiasmo dei volontari.

Come sottolineato durante la tavola rotonda organizzata in occasione del workshop del progetto BePART, la sfida per il futuro è “usare il digitale per liberare tempo e restare umani”. La tecnologia deve servire a rendere l’amministrazione non solo più efficiente, ma più vicina e capace di ascoltare quella sussidiarietà che nasce dal basso.

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