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Educare al tempo dei social, due facce della stessa medaglia: la ricerca di Save the Children lo conferma

Educare al tempo dei social è il nome della nostra rubrica. Ed è anche l’esigenza forte che emerge dalla ricerca di IPSOS per Save the Children (@SaveChildrenIT), l’Organizzazione che si occupa di salvare le vite dei bambini e difendere i loro diritti, sul rapporto tra minori adolescenti tra gli 11 e i 17 anni e nuove tecnologie.

Uno studio che arriva a pochi giorni dal Safer Internet Day 2015 , in programma il 10 febbraio 2015, e che rivela due aspetti fondamentali: da un lato i giovanissimi sempre connessi, i cosiddetti “on line”, e dall’altro coloro che non hanno mai avuto alcun accesso a internet, i “disconnessi”. Due facce di una medaglia che è quella dell’educazione ai social: gli “on line” infatti vivono in simbiosi con i loro smartphone, usano sempre di più WhatsApp (59%) e Instagram (36%) e un po’ meno Facebook (75% nel 2015, erano 12 punti percentuali in più due anni fa), vivono relazioni virtuali spesso anche con persone che non conoscono direttamente (41%) e inviano messaggi, video o foto con riferimenti sessuali in gruppi dove non conoscono neppure tutti i partecipanti. Il fatto è che molti di loro dichiarano di essere autodidatti, di aver subito o essere al corrente di fenomeni ricorrenti di cyber bullismo e di aver fissato un appuntamento con una persona conosciuta su internet che poi di fatto non era quella che aveva dichiarato di essere.

Agli antipodi, ci sono gli “analfabeti” di internet: sono 452.000 adolescenti (l’11,5% dei ragazzi che vivono in Italia tra gli 11 e i 17 anni) che non hanno mai frequentato il web e che non hanno accesso quindi a un’opportunità di crescita culturale, educativa e sociale. Non è un caso che più della metà di questi ragazzi, ovvero 269.000, non hanno neppure letto un libro nell’anno trascorso, così come 187.000 non sono andati al cinema negli ultimi 12 mesi. Il 22,7% dichiara di vivere in condizioni economiche “assolutamente insufficienti” o con “risorse scarse”. 270.000 vivono nel sud o nelle isole.

Occorre avere presente allora che internet costituisce una grande opportunità di crescita e di interazione, ma il mezzo va conosciuto. Certo, per la sua stessa natura, internet è aperto e libero e il fatto che i ragazzi vi si muovano agilmente non significa necessariamente che siano sprovveduti: la ricerca stessa rivela che gli adolescenti non sono “incoscienti digitali”, sono informati sulla nascita del fenomeno e sulle regole del gioco, anche se spesso non le rispettano come è tipico dell’età. Resta il fatto che è sempre più importante trattare internet come una realtà fondamentale nella crescita di un bambino: e allora porsi il problema dell’educazione ai social e ai nuovi media fin dalla prima età infantile in tutti gli ambiti educativi, dalla famiglia alla scuola, è sempre più importante.

Come è importante includere il vasto numero di adolescenti che sono “fuori dal gioco”. Perché, come dichiara Raffaella Milano, direttore programmi Italia-Europa di Save the Children, “l’accesso ad Internet e alle tecnologie digitali dovrebbe essere un diritto per tutti i ragazzi, al pari dell’istruzione. Questi dati ci fanno scoprire che il “digital divide” non è un problema che riguarda solo gli adulti e gli anziani, ma investe anche la generazione 2.0”.

Di fronte alle grandi sfide, qual è la rivoluzione di internet nel nuovo millennio, la risposta migliore è sempre la stessa: educare per ottenere il meglio, senza diventare “schiavi” del mezzo e senza scappare per la paura di una novità che è densa di opportunità per creare un mondo più informato, più consapevole, più interconnesso e magari anche più giusto.

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