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No all’uso della AI che viola la privacy nei sistemi di videosorveglianza

Intelligenza artificiale in sanità

Il Garante della Privacy dice no all’uso della AI nei sistemi di videosorveglianza: stop a due progetti di ricerca scientifica che hanno utilizzato telecamere, microfoni e reti sociali

Il Garante della Privacy dice no all’uso della AI nei sistemi di videosorveglianza perché violano il trattamento dei dati personali. A scatenare la reazione del Garante sono stati dei progetti di ricerca scientifica Marvel e Protector nel Comune di Trento: diritti a rischio in assenza dei necessari presupposti di liceità. Il Comune dovrà pagare una sanzione di 50.000 euro e cancellare i dati trattati in violazione di legge. 

Una controtendenza rispetto a quanto avvenuto a Londra, dove – è notizia di qualche settimana fa – grazie a sistemi basati sull’intelligenza artificiale decine di criminali sono stati individuati e arrestati in poche ore. Sono i risultati dei primi test con le nuove tecniche di riconoscimento facciale inserite nelle telecamere a circuito chiuso della polizia britannica.

Il Garante della Privacy nel nostro Paese ha scelto un approccio molto prudente rispetto a quello britannico e ancora è difficile stabilire quale sia migliore, nell’esigenza di non fermare ilm progresso tecnologico senza tuttavia per questo mettere tra parentesi – o, peggio, annullare – i diritti delle persone.

I progetti di cui si occupato il Garante sono finanziati con fondi europei e hanno come obiettivo lo sviluppo di soluzioni tecnologiche volte a migliorare la sicurezza in ambito urbano, secondo il paradigma delle “città intelligenti” (smart cities). In particolare, il progetto Marvel (“Multimodal Extreme Scale Data Analytics for Smart Cities Environments”) prevedeva l’acquisizione di filmati dalle telecamere di videosorveglianza già installate nel territorio comunale per finalità di sicurezza urbana, nonché dell’audio ottenuto da microfoni appositamente collocati sulla pubblica via. I dati, che ad avviso del Comune sarebbero stati immediatamente anonimizzati dopo la raccolta, venivano analizzati per rilevare in maniera automatizzata, mediante tecniche di intelligenza artificiale, eventi di rischio per la pubblica sicurezza. Il progetto Protector (“PROTECTing places of wORship”) prevedeva invece, oltre all’acquisizione dei filmati di videosorveglianza (senza segnale audio), la raccolta e l’analisi di messaggi e commenti d’odio pubblicati sui social, rilevando eventuali emozioni negative ed elaborando informazioni d’interesse per le Forze dell’ordine, allo scopo di identificare rischi e minacce per la sicurezza dei luoghi di culto.

Dopo un’approfondita istruttoria, il Garante ha rilevato violazioni della normativa privacy. Il Comune di Trento, che non annovera la ricerca scientifica tra le proprie finalità istituzionali, non ha comprovato la sussistenza di alcun quadro giuridico idoneo a giustificare i trattamenti dei dati personali – relativi anche a reati e a categorie particolari – e la conseguente ingerenza nei diritti e nelle libertà fondamentali delle persone. Tenuto conto che i dati venivano condivisi anche con soggetti terzi, tra cui i partner di progetto, i trattamenti effettuati sono stati quindi ritenuti illeciti.

Si sono rivelate inoltre insufficienti le tecniche di anonimizzazione impiegate per ridurre i possibili rischi di reidentificazione per gli interessati. Criticità sono emerse anche sotto il profilo della trasparenza. Il Comune non aveva infatti compiutamente descritto i trattamenti nelle informative di primo e di secondo livello, come la possibilità che anche le conversazioni potessero essere registrate dai microfoni installati sulla pubblica via.

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