“Più che di smart city, parlerei di smart citizen”. Ed è subito un cambiamento di paradigma.
Bastano poche lettere, a volte, per ribaltare completamente la prospettiva e compiere una vera e propria rivoluzione copernicana dove al centro non c’è più una città intelligente, tecnologica e innovativa in grado di pensare anche al benessere del cittadino, ma il cittadino stesso che migliora le sue condizioni anche attraverso la tecnologia. “Un mondo dove vorrei vivere subito, a patto che sia basato su dispositivi e sistemi che non escludano nessuno, né a causa di difficoltà tecniche o strumentali né per un’incapacità di far crescere ed educare”.
Bruno Mastroianni, filosofo e giornalista, è abituato ai cambi di punti di vista: oltre a insegnare Teoria e pratica dell’argomentazione digitale presso l’Università di Padova, coordina il laboratorio “La palestra del dibattito”, una metodologia didattica e formativa che punta a esercitare il pensiero critico e a migliorare le abilità di ascolto e argomentazione. Mastroianni è anche componente del Comitato scientifico della Fondazione Italia Digitale e la sua visione è molto chiara: “la tecnologia non va da nessuna parte da sola. Deve essere accompagnata”. Il fattore umano pesa molto, insomma e “l’aspetto tecnico si esprime meglio se lo abbini all’uomo”. Un esempio? “Pensiamo al QRcode: il suo utilizzo è decollato durante il Covid per evitare i contatti al ristorante e nei luoghi pubblici. Si è diffuso rapidamente e rappresenta una modalità per adoperare la tecnologia in modo proficuo: e ora, infatti, fa parte dell’immaginario di tutti”.
Mastroianni, in che modo l’etica della comunicazione può guidare lo sviluppo delle smart city, evitando che la raccolta massiva di dati e l’intelligenza artificiale compromettano la libertà individuale e la giustizia sociale dei cittadini?
“La raccolta dei dati facilita l’efficacia della tecnologia. C’è ovviamente una questione di privacy su cui bisogna lavorare per prevenire gli abusi, ma l’aspetto cruciale è e rimane la consapevolezza dei cittadini rispetto alle informazioni che condividono. Dobbiamo pensare ai cittadini delle smart cities come piccoli personaggi pubblici che, assumendo una nuova postura, si destreggiano tra social e intelligenza artificiale e sono sottoposti a un costante e inevitabile rilascio di informazioni personali: c’è un nuovo confine tra la sfera pubblica e privata, un confine che è proprio nel digitale. E a questa consapevolezza, non raggiunta nell’era dei social, possiamo arrivare solo grazie all’educazione al digitale e all’IA. La tecnologia, da sempre, non aspetta che tutti siano pronti al cambiamento: l’innovazione arriva”.
Muoversi nel digitale fa parte della vita e, soprattutto per la popolazione più giovane, il tema non è solo “cellulare sì o no in classe”. Ma come usare bene la tecnologia, allora? “Senza delegare, ma con l’obiettivo di potenziare le nostre capacità – continua Mastroianni -. La guida è umana, occorre solo trovare l’equilibrio giusto nell’uso. L’IA va impiegata come fosse un’assistente, come revisore. Non dobbiamo dargli una delega in bianco, dobbiamo discutere con lei: questo sarà un esercizio che svilupperà ulteriormente il nostro pensiero critico”.
E come possiamo coltivare e preservare un dialogo autentico negli spazi urbani iperconnessi, dove la tecnologia potrebbe aumentare l’isolamento pur connettendo ogni cosa? “Innanzitutto non eliminando le piazze, a vantaggio di trasporti o mobilità. Occorrono luoghi di incroci che conducano naturalmente alla socializzazione e all’aggregazione di più persone”. E in questa smart city ideale, che valore ha il silenzio urbano? In un contesto di crescente rumore digitale e fisico, è possibile valorizzare il silenzio come bene comune e spazio di riflessione? “Il silenzio è un valore, dona pace e tranquillità. Rende gli spazi più vivibili. Ma non è sufficiente da solo, serve anche qui un equilibrio tra spazi di quiete e spazi di socialità e suono”. Già, come si può vivere, ad esempio, senza musica?
Può esistere una tecnologia al servizio dell’umano? Quali sono i rischi di una “tecnologia per la tecnologia” nelle città intelligenti, e come possiamo assicurarci che l’innovazione tecnologica sia sempre orientata al benessere reale e allo sviluppo umano, piuttosto che alla mera efficienza?
“Il digitale favorisce l’aspetto individuale, ma ci serve per socializzare”. Un’antinomia? “Crea connessioni, ma non mette in relazione. Pensiamo alle città, ai condomini: abbiamo molti vicini, ma non li conosciamo, cii discutiamo solo nelle assemblee di condominio. Occorrono, quindi, interventi umanizzanti, soprattutto per le nuove generazioni: è sempre più necessario educare all’articolazione delle opinioni differenti perché viviamo in un mondo di costanti divergenze”.
Quindi, immaginandoci una smart city ideale avremo bisogno di piazze e scuole. E di cos’altro? “Saranno fondamentali dei contesti comuni per studiare e lavorare, dei centri polifunzionali, delle sale dove svolgere insieme attività individuali. Dobbiamo ricostruire il tessuto sociale e combattere la solitudine”. Concetti, questi espressi da Mastroianni, che riecheggiano quelli del canadese Marshall McLuhan, anche lui filosofo: “La tecnologia ci ha trasformato in una tribù globale, ma ogni membro di questa tribù rimane un individuo isolato”.
Parlando invece di narrazione delle città e marketing urbano, come si evolverà il racconto delle città del futuro, e come potrà questa nuova comunicazione essere più autentica e partecipativa? “Viviamo un’epoca in cui le persone si raccontano e dove però poi si verifica il fenomeno della dissonanza cognitiva: il marketing ‘casca’ perché l’esposizione non coincide con quello che percepiamo dall’esperienza diretta. Ovvero c’è un distacco concreto tra ciò che viviamo e ciò che ci viene raccontato. Qui nasce la sfiducia. In questo contesto è indispensabile una comunicazione che riallacci di più all’esperienza reale e che coinvolga maggiormente i cittadini, aumentando la loro presenza nelle narrazioni”. E per arrivare a questa nuova tipologia di comunicazione, Mastroianni cita due strumenti che gli stanno molto a cuore: “l’ascolto vero che è indispensabile accogliere e poi elaborare. E una nuova mentalità nella gestione della crisi per cui servono forti competenze di base del comunicatore: deve saper rassicurare, ricucire e recuperare. Tutti ormai scrivono in pubblico ed è così più semplice che il contenuto sfugga di mano. La crisi nasce quando l’identità non coincide più con l’immagine. Viviamo in uno stato di fallibilità aumentata, dove ogni parola è diffondibile e lo sforzo per mantenere la riservatezza diventa titanico. Tutti possono cadere nella rete del fallimento, siamo tutti più fragili: la bravura consiste nel rialzarsi”.
Chissà poi se nelle smart cities (dove la connettività sarà onnipresente) esisterà ancora il diritto alla disconnessione… Come potrebbero le infrastrutture urbane favorire momenti di pausa e allontanamento dal flusso digitale continuo? “Il detox continuerà a essere un elemento significativo. Certo sarà più difficile tagliare i fili al 100%, ma diventerà un compito diretto dei singoli trovare un equilibrio più consapevole. Si può sempre leggere un libro, vivere la natura o stare nelle relazioni pur rimanendo in connessione, no?”.