Dal lontano 1419 l’Istituto degli Innocenti di Firenze si dedica alla tutela dei bambini: sei secoli d’impegno per i diritti dell’infanzia, come recita il motto dell’ente pubblico, che difende le nuove generazioni assecondandone le necessità, innovando servizi, facendo ricerca e monitoraggio.
La tradizione secolare si accompagna a un’attenzione crescente verso i nuovi strumenti digitali in grado di promuovere l’attività dell’istituzione e favorirne la vicinanza agli utenti. Il recente restyling del sito internet, online da un paio di settimane, è legato alla volontà di rendere disponibili contenuti chiari e facilmente fruibili, intento ribadito dalla presenza di numerosi account social che veicolano informazioni diverse, confezionate su misura del target di riferimento ma accomunate dall’obiettivo di far conoscere a 360° l’operato dell’Istituto degli Innocenti.
Abbiamo approfondito l’argomento con Federica Momentè, responsabile della comunicazione, che ci ha parlato dei canali social dell’ente e della loro gestione.
Quali sono i profili social dell’Istituto degli Innocenti?
Il nostro Ufficio comunicazione gestisce sette account di social networking. L’Istituto degli Innocenti ha la sua pagina Facebook, così come la nostra agenzia formativa (Formarsi agli Innocenti) e, da un anno e mezzo, il Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza. Dai primi mesi del 2016 sono attivi anche i profili Facebook e Instagram del Museo degli Innocenti e la pagina Facebook del Caffè del Verone. Da qualche anno esiste un account Twitter del museo.
Sono gestiti da un’unica persona o da un team?
All’Ufficio comunicazione siamo in tre, più una collaboratrice esterna. Gli obiettivi e i contenuti da postare vengono decisi assieme, ci confrontiamo sulle cose che seguiamo e viene fatta una programmazione. Al centro della riflessione ci sono sempre e per prima cosa i nostri utenti, decliniamo poi i contenuti in base alla piattaforma utilizzata.
Quando e come si è manifestata l’esigenza, per l’Istituto, di essere presente su piattaforme social?
Siamo sbarcati sui social in tempi diversi: l’account Facebook dell’Istituto è stato aperto a giugno 2014 e l’ultimo attivato è quello Instagram del Museo degli Innocenti, che risale a inizio 2016. Il mondo della comunicazione era già cambiato nel 2014, ci siamo arrivati con un po’ di ritardo ma poi c’è stato un crescendo. Pur essendo un ente pubblico non abbiamo l’obbligo di avere un Urp, ma sentivamo la necessità di avere un contatto diretto con le persone che potevano essere interessate alle nostre attività. Per noi i canali social sono il modo di aprirci e farci conoscere e questa esigenza è diventata ancora più forte quando ci siamo avvicinati all’inaugurazione del museo.
Che riscontro avete da parte degli utenti?
Dai commenti traspare un forte senso di appartenenza e affetto verso il Museo degli Innocenti, un sentimento che i fruitori mostrano maggiormente quando le fotografie che pubblichiamo hanno a che fare sia con le opere d’arte sia con il racconto di ciò che il museo custodisce e raccoglie, ovvero la storia particolarissima e unica, lunga sei secoli, dell’Istituto degli Innocenti. Storie dei bambini accolti, storie dell’Istituto nel passato e le opere d’arte create per questo luogo sono le cose che colpiscono di più. Chiaramente, il grado di ingaggio dipende anche dai temi trattati nei singoli post, in linea generale la risposta è buona. Gli altri due account Facebook − Formarsi agli Innocenti e Centro nazionale infanzia e adolescenza – sono più di servizio e riguardano un segmento specifico, ristretto e meno emozionale, ma vediamo comunque che la risposta è buona.
Come adeguate messaggi e contenuti alle diverse piattaforme? Ci sono differenze sostanziali, ad esempio, tra Facebook e Instagram o altri social che utilizzate?
Certo, la programmazione è differenziata, ogni social ha target diversi rispetto all’età e agli interessi e comunica contenuti specifici. Su Instagram cerchiamo di raccontare l’architettura brunelleschiana e soprattutto cerchiamo di coinvolgere i visitatori tramite la condivisione dei loro scatti.
Un target verso il quale iniziamo ora a indirizzarci è quello degli addetti ai lavori, che su Instagram è fortemente attivo con alcuni gruppi che si occupano nello specifico di restauro, conservazione e organizzazione. In questo caso vorremmo comunicare il Museo nel suo complesso, partendo dai restauri effettuati in questi anni arrivando a parlare dell’allestimento di mostre e dell’insieme di attività nascoste al pubblico che permettono al museo di essere percepito come luogo vivo.
Prevedete, in futuro, l’utilizzo di ulteriori social network?
L’Istituto ha un’attività molto intensa in tema di infanzia e adolescenza ma realizziamo prodotti molto diversi tra loro: documentazione, ricerca, formazione e diverse consulenze, attività culturali oltre alla progettazione internazionale. Questo fa sì che, in molte occasioni, ci ritroviamo a discutere sull’opportunità di aprire altri canali. Parliamo a un pubblico molto eterogeneo: professionisti del settore, amministratori, genitori, servizi territoriali e visitatori del museo. Per questo è possibile – e ce lo auguriamo − che in futuro sbarcheremo su altre piattaforme social.