Senza un cambiamento organizzativo e una regia trasversale, l’innovazione rischia di restare una vetrina. La proposta dell’esperto Giancarlo Asilo: introdurre il City Solution Manager per tradurre la trasformazione digitale in servizi reali per i cittadini. L’intervista completa.
La trasformazione digitale della pubblica amministrazione è diventata una delle sfide centrali per il rilancio del sistema paese. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha rappresentato e continua tuttora a rappresentare un’occasione unica per imprimere una svolta tecnologica ai servizi pubblici, con l’obiettivo di renderli più accessibili, efficienti e omogenei su tutto il territorio nazionale. Tuttavia, l’attuazione di questa trasformazione incontra ancora ostacoli strutturali e organizzativi, soprattutto a livello locale.
In parallelo, l’emergere di tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale, le piattaforme integrate e gli assistenti virtuali pone nuove sfide e opportunità: dalla progettazione dei servizi alla lettura dei dati, fino al miglioramento della qualità percepita dai cittadini. La distanza tra l’innovazione disponibile sul mercato e la capacità delle amministrazioni di recepirla e adottarla pienamente richiede un ripensamento dei modelli organizzativi, commerciali e decisionali, in un’ottica di maggiore integrazione tra tecnologia, governance e cittadinanza.
Gli attori in campo sono molteplici, e oggi la pubblica amministrazione ha la necessità di dialogare in modo trasversale, sia al proprio interno sia con l’esterno, integrando le dimensioni tecnica, politica e commerciale. Solo attraverso questa collaborazione è possibile individuare soluzioni efficaci e generare un reale valore aggiunto per gli utenti finali: i cittadini.
Abbiamo affrontato questi temi con Giancarlo Asilo, architetto ed esperto in gestione manageriale dei servizi pubblici locali, che dal 1997 ha gestito più di 160 importanti progetti per grandi e piccoli comuni in tutta Italia.

Alla luce della sua esperienza nella gestione di progetti per il settore pubblico, come valuta la capacità della pubblica amministrazione di affrontare le sfide della digitalizzazione sfruttando le risorse del PNRR?
Il PNRR è stata e continua ad essere una grande occasione per ammodernare la pubblica amministrazione, sia a livello locale che centrale. Le diverse misure previste, che termineranno nel 2026, sono pensate per intervenire in modo verticale, puntando su specifici servizi. L’obiettivo è stato quello di dare una spinta alla PA, che aveva assolutamente bisogno di un apporto tecnologico omogeneo su tutto il territorio nazionale. Noi, che lavoriamo da anni nel settore, abbiamo sempre riscontrato una pubblica amministrazione a velocità diverse. Ma un intervento così uniforme, in cui le misure potessero essere adottate allo stesso modo da un comune siciliano come da uno trentino, rappresenta davvero una svolta epocale. Personalmente, per rendere l’idea, paragono questo momento storico a ciò che fu, negli anni Sessanta, la costruzione dell’autostrada del Sole: un’infrastruttura che cambiò radicalmente il modo di collegare Milano e Napoli. Ecco, con il PNRR stiamo cercando di modernizzare i comuni italiani nello stesso modo, rendendoli più omogenei nelle loro funzioni e più vicini ai cittadini, offrendo servizi sempre più smart e uniformi su tutto il territorio.
Ma le sole infrastrutture digitali bastano a modernizzare davvero i comuni?
In Italia si sta manifestando un evidente dualismo: da un lato abbiamo tecnologie avanzate, potenziate dall’intelligenza artificiale e progettate per una gestione trasversale e integrata dei servizi; dall’altro, pubbliche amministrazioni locali ancorate a strutture organizzative verticali. Questo porta a risultati disomogenei: un ufficio può offrire un buon servizio, mentre un altro, magari sotto organico, non riesce a garantire lo stesso livello. Le piattaforme tecnologiche oggi richiedono invece una visione unitaria e un cambiamento profondo dei processi interni, affinché gli uffici possano dialogare tra loro. Manca spesso la capacità di comprendere e adottare queste soluzioni integrate, non solo per limiti organizzativi ma anche per l’assenza di un dialogo efficace tra parte tecnica e politica. Il risultato è un cortocircuito tra domanda e offerta, le innovazioni non vengono pienamente recepite e quindi non generano una domanda reale da parte delle amministrazioni.
È necessaria una nuova figura per colmare il divario tra domanda e offerta nel rapporto tra PA e mercato?
Così come l’approccio organizzativo, anche quello commerciale deve evolversi. Le aziende ICT oggi si affidano a reti di vendita tradizionali, composte da account manager, ma servirebbe una figura complementare, che io definisco City Solution Manager. Pensato per rispondere alla logica delle Smart City, questo ruolo dovrebbe colmare il divario tra domanda e offerta, analizzando i target di mercato e illustrando in modo chiaro i benefici concreti delle tecnologie per gli enti locali. Il City Solution Manager dovrebbe possedere competenze trasversali: dalla conoscenza tecnologica delle piattaforme, alla comprensione delle esigenze operative della PA, con una visione orientata al miglioramento della qualità dei servizi. Perché la vendita non è il fine, ma solo il mezzo per migliorare la vita dei cittadini. Innovazione e intelligenza artificiale non hanno senso se il cittadino non percepisce un reale miglioramento nei servizi. Senza questo impatto concreto, i comuni non saranno incentivati a riorganizzarsi o investire. Anche la politica deve essere coinvolta attivamente, oltre a dare indirizzi, se adeguatamente formata, potrebbe arrivare a prendere decisioni data-driven, basate su indicatori oggettivi, valutando così l’efficacia delle proprie scelte rispetto ai bisogni del territorio.
Ad oggi, è possibile integrare soluzioni di intelligenza artificiale nei servizi pubblici locali?
La gestione dei servizi pubblici è centrale per la percezione della qualità di vita in un comune. Spesso la prima cosa che si vede quando si arriva in una città sono servizi come l’organizzazione dei parcheggi o la puntualità dei mezzi pubblici. In questo contesto, l’intelligenza artificiale potrebbe diventare uno strumento prezioso per analizzare e interpretare i dati in modo più efficace, riducendo i tempi di risposta e migliorando le decisioni operative. Serve però una guida umana che orienti correttamente l’analisi degli algoritmi, e una sinergia tra la componente politica e quella dirigenziale. L’IA può offrire applicazioni tangibili, come l’ottimizzazione della progettazione dei servizi basata sull’analisi avanzata dei dati, oppure la creazione di avatar, assistenti virtuali disponibili 24 ore su 24, in grado di supportare i cittadini tramite app o totem in spazi pubblici. Tuttavia, il valore dell’IA va oltre ciò che è visibile, la sua vera forza sta nella capacità di migliorare i processi interni e rendere più efficienti e integrati i servizi pubblici.