Da quando, nel 1985, l’espressione ‘women empowerment’ fu utilizzata per la prima volta alla Conferenza Mondiale dell’Onu sulle Donne a Nairobi, il movimento femminista ha ampliato sempre di più il suo pubblico e si è irradiato in moltissimi campi d’azione, divenendo a tutti gli effetti la chiave di volta per contrastare il gender gap, per promuovere la parità di genere e lottare contro la discriminazione.
Com’è noto ai più, il femminismo in senso storico nacque ben prima del 1985, ma fu da tale data che il concetto di empowerment – letteralmente ‘potenziamento’ – acquisì tutta la sua forza e riuscì a trasformarsi in un cassa di risonanza capace di arrivare agli angoli del mondo, facendo di conseguenza prendere coraggio alle donne per far sentire la loro voce, in termini di autodeterminazione, emancipazione e rivendicazione dei propri diritti nei rapporti civili, economici, politici e sociali.
La profonda trasformazione culturale attuata dal movimento femminista nel corso dei decenni ha ottenuto risultati di estrema importanza, dei quali le donne del XX secolo andrebbero fiere, ma duole constatare che tali progressi ancora ad oggi non riescono a sanare il divario di genere che continua ad oscurare la società contemporanea.
Non di meno, l’empowerment femminile, come detto, si è fatto strada nei più diversi ambiti della vita e in special modo in quello dell’occupazione, da quello politico a quello aziendale.
La leadership femminile è divenuta in tale contesto un mezzo prezioso per apportare un diverso approccio e visione in prospettiva nelle aziende, permettendo loro allo stesso tempo una maggior partecipazione e di ottenere un potere decisionale e rappresentativo nella sfera aziendale.
In termini di dati, l’Istat ha registrato che nel tasso di attività per la popolazione compresa tra i 15 e i 64 anni – nel periodo che va dal 1993 al 2022- vi è stata una crescita pari a circa +6%, che ha raggiunto il 65,6%, esclusivamente per l’aumento della partecipazione femminile, la quale è aumentata quasi del doppio, mentre il tasso di attività maschile è sostanzialmente rimasto invariato (nel 2022, pari al 74,7%).
Sempre l’Istat ha dichiarato che le imprese a conduzione femminile attive nel 2020 sono state un milione e 200mila (27,6% del totale), la maggior parte occupanti nel settore dei servizi, della sanità e assistenza sociale, seguiti da professioni scientifiche e tecniche, e in bassa percentuale nei servizi di alloggio e ristorazione.
(https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2023/08/23/donne-impresa-politiche/)
È evidente che ora più che mai la partecipazione femminile – oltre che quella giovanile – all’interno del mercato del lavoro, sia delle PMI sia nel mondo delle start-up, rappresenti una necessità e il tassello mancante grazie al quale efficentare ed evolvere la macchina economica globale, nonché proseguire la lunga strada già tracciata dal movimento femminista in senso stretto.
Due enti d’importanza internazionale, l’UN Global Impact e lo UN Women, fondati dalle Nazioni Unite, hanno quindi redatto nel 2010 un report con i principi da adottare per incoraggiare la crescita delle donne nel mondo del lavoro, ossia i cosiddetti WEP (Women Empowerment Principles).
Inoltre, nel 2022 The European House – Ambrosetti ha realizzato un Osservatorio permanente e indipendente sull’empowerment femminile nei Paesi del G20 più la Spagna, i cui risultati dimostrano che l’uguaglianza di genere non sia soltanto una questione di diritti bensì anche un passo indispensabile per il raggiungimento di uno sviluppo sostenibile, in termini di uguaglianza sociale e di crescita economica e competitività dei Paesi.
Infatti, l’analisi di European House – Ambrosetti ha valutato che abbattere il gender pay gap, e raggiungere dunque lo stesso tasso di occupazione tra uomini e donne, potrebbe generare un impatto economico annuale fino a 11,2 trilioni di dollari nei Paesi G20 più la Spagna – pari al 14% del PIL del G20 -, obiettivo che però richiederebbe l’impiego di 432,9 milioni di donne in più.
Per quanto riguarda la classifica relativa al ‘Women’s Empowerment Progress Index 2022’, la Francia si posiziona al primo posto, seguita da Australia e Spagna, mentre India, Indonesia e Arabia Saudita si stanziano in fondo; l’Italia si colloca al quinto posto con un punteggio di 90,9 su 100, con una esigua presenza femminile nelle posizioni manageriali (27,3%).
Il Belpaese purtroppo deve ancora fare i conti con gli stereotipi di genere, adottare una prospettiva trasversale e un impegno politico e di collaborazione, così da permettere al complesso fenomeno socioeconomico in questione di apportare i cambiamenti sociali, economici e culturali richiesti dalla società stessa.
In Italia, i dati Unioncamere attestano che a fine settembre 2022 sono state registrate 2mila startup innovative femminili, con una crescita del 40% rispetto al biennio scorso. Nonostante ciò, le aziende femminili rappresentano il 22,18% sul totale dell’imprenditoria – rispetto ad una media Ue del 32% – , in un contesto in cui le donne da un lato desiderano far parte del mondo imprenditoriale e creativo, ma dall’altro sono frenate dal timore del fallimento e dagli ostacoli burocratici che le allontanano dall’autonomia occupazionale, nonché la paura di non riuscire a gestire la vita privata con il lavoro.
Lo studio da cui provengono tali affermazioni è stato condotto dall’Osservatorio ‘Women in Business’, e presenta un accurato spaccato della situazione attuale italiana dove l’empowerent femminile si ritrova nel pieno di una battaglia storica, tra insicurezze e voglia di riscatto. Una prova, questa, che dimostra come nelle donne ci sia il bisogno di una maggior consapevolezza delle loro capacità e una maggior fiducia in loro stesse.
Giunti a questo punto, non si può non fare riferimento alle linee guida esposte dal sopracitato studio di Ambrosetti, le quali si propongono come modus operandi utile e necessario per ristabilire un equilibrio di genere e un’inclusività femminile degna di tale nome.
Per prima cosa, sarebbe opportuno definire le quote di genere legislative e promuovere la leadership e la partecipazione femminile in politica e nelle aziende, stabilendo le ‘Key Performance Indicator’ (KPI) e gli obiettivi specifici.
Un altro aspetto da considerare è il tema della genitorialità e cura dei figli, potendo garantire un equilibrio tra la vita privata e lavorativa, nonché incentivare l’indipendenza finanziaria e stimolare le assunzioni rafforzando il rapporto tra istruzione e formazione.
In conclusione, tutti i copiosi sforzi e sacrifici compiuti dalle grandi donne della Storia devono fungere da esempio e da propulsore tanto per le donne che oggi lottano per il loro diritto e riconoscimento lavorativo, quanto per le istituzioni e le realtà aziendali impegnate nel focus della gender equality.
di Riccardo Pilat Giornalista e Fondatore della Pilat & Partners