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Accessibilità e inclusione nella PA: una questione di comunicazione?

Il processo di digitalizzazione svolto finora dalla pubblica amministrazione ha portato con sé due termini chiave: accessibilità e inclusione. Qual è la differenza e quali punti hanno in comune?

Il termine “accessibilità” ha dietro di sé una lunga storia normativa che ha cercato nel tempo di modificare strutturalmente spazi dell’informazione e luoghi della socialità che fino a quel momento non avevano preso in considerazione le caratteristiche di tutte le persone.

Il termine “inclusione“, invece, ha una sua tradizione strettamente correlata al termine di “esclusione” che può riguardare il sociale, l’oggettistica, le scelte personali. Posso decidere di includere qualcosa o qualcuno all’interno di un gruppo o un insieme, ma allo stesso tempo posso decidere di escludere un pezzo dal puzzle se non lo ritengo adeguato.

Non a caso, però, la scelta della metafora del puzzle. Siamo davvero in grado di poter scegliere di escludere quel pezzo dal puzzle? O forse dovremmo renderci conto che non è una nostra scelta includere o escludere, soprattutto quando parliamo di inclusione sociale? Ciò che dovremmo fare è lavorare quanto più possibile sul termine di “accessibilità” strettamente correlato al termine di “inclusione“.

L’accessibilità nella Pubblica Amministrazione

Quando parliamo di accessibilità nel settore pubblico solitamente ci riferiamo alla struttura dei siti web e dei servizi pubblici, nonché più in generale di tutti gli spazi del dialogo civico.

Dagli anni 2000 in poi l’accessibilità è entrata nel dibattito normativo in riferimento al processo di digitalizzazione che ha portato un’apertura della PA verso i cittadini. L’accessibilità si è affiancata a termini come trasparenza, accesso, partecipazione e ha sviluppato precisi indicatori di misurazione dei siti web e i servizi pubblici.

Nel 2004 la pubblica amministrazione si dota della cosiddetta Legge Stanca, Disposizioni per l’accesso dei soggetti disabili agli strumenti informatici. Questa legge è il punto di avvio di un costante adeguamento strutturale delle piattaforme pubbliche, monitorate annualmente dall’Agenzia per l’Italia Digitale.

3.630.390 sono i siti web monitorati nell’ultimo rilevamento di ottobre 2023, con l’obiettivo di eliminare barriere e discriminazioni strutturali. 46.463 sono le dichiarazioni di accessibilità compilate dalle PA ad oggi, un trend in crescita dal 2020.

L’inclusione è solo in termini di accessibilità?

Se parlare in termini di accessibilità porta la PA ad una maggior inclusione, questo può sicuramente considerarsi un enorme passo avanti verso l’eliminazione delle discriminazioni. Ma parlare di inclusione/esclusione presuppone anche affrontare la complessa questione del linguaggio amministrativo e più in generale della comunicazione della PA.

La PA, dal punto di vista comunicativo, è davvero inclusiva?

Leggiamo questi esempi:

La Camera è convocata lunedì 27 novembre alle ore 12 per il seguito della discussione del disegno di legge di conversione, con modificazioni, del decreto 5 ottobre 2023, n. 133, recante disposizioni urgenti in materia di immigrazione e protezione internazionale, nonché per il supporto alle politiche di sicurezza…

o questo

I pensionati titolari di prestazioni collegate al reddito hanno l’obbligo di dichiarare all’INPS i propri redditi e, qualora previsto dalla normativa, anche del coniuge e dei componenti del nucleo rilevanti per la prestazione.

E ancora

Nella notte sono sbarcati circa 30 clandestini.

Tutti questi esempi ci richiamano a grandi dibattiti: complessità del linguaggio amministrativo, maschile sovraesteso, identificazione etnica, ecc.

Soluzioni a portata di mano? La Guida al linguaggio della pubblica amministrazione di AgID e del Dipartimento della Trasformazione Digitale fornisce indicazioni precise a chi opera nella comunicazione della PA. Anche se il dibattito non si esaurisce sicuramente al documento.

Utilizzo di asterischi, schwa, uso del neutro sono alcuni strumenti indicati da una parte della ricerca linguistica, che però non trovano riscontro pratico nella realtà quotidiana della comunicazione della PA. In un dibattito che è sicuramente di carattere linguistico e culturale, in cui ha provato ad infilarsi anche l’Accademia della Crusca fornendo una risposta che non ha pienamente soddisfatto gli animi: “sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale”.

Esempi di inclusività e accessibilità

Mentre il dibattito prosegue, alcune università, comuni e regioni sono arrivati prima di tutti sulla questione, prendendo chiare scelte di carattere linguistico e strutturale.

Ne sono un esempio le Linee guida per un linguaggio amministrativo attento alle differenze di genere dell’Università di Padova, del Comune di Firenze o della Regione Emilia-Romagna.

O la scelta linguistica di scrivere in home page “studentesse e studenti” sempre dell’Università di Padova.

O la pagina ben strutturata dell’Università Sapienza in termini di accessibilità, in linea con i format AgID.

O, ancora, gli stessi format di semplificazione messi in campo da leader politici, ministeri, comuni per rendere di facile comprensione temi tecnici e complessi.

Tutte le azioni comunicative messe in campo dalla PA possono contribuire a rendere i servizi informativi e amministrativi più accessibili e inclusivi, l’importante è avere alla base una vera volontà di dialogo.

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