#Notavecchio è già un tormentone. Ma non solo. È il segno di un cambiamento epocale dettato dai social: fosse accaduto 10 anni fa, l’incidente lessicale e anche concettuale di Tavecchio su “Opti Poba che prima mangiava banane e ora gioca titolare nella Lazio” avrebbe fatto molto meno rumore.
Dieci anni fa i “pompieri” del mondo pallonaro, che si sono affrettati a gettare acqua sul fuoco dicendo che i fatti della vita di Tavecchio dicono l’opposto dell’espressione da lui utilizzata (come se chi si candida alla più alta carica istituzionale della Federazione calcistica italiana potesse permettersi un linguaggio che lambisce il razzismo e che definire da bar sarebbe un complimento), sarebbero riusciti in pochi giorni a sfumare i toni e a far scemare l’interesse intorno alla vicenda per portare a casa il risultato, nonostante lo scivolone sulla buccia di banana, giusto per rimanere in tema.
Adesso il discorso è diverso perché occorre fare i conti con i social che non vengono a patti e che sfuggono alle logiche classiche del potere e alla sua gestione nelle abituali stanze in cui fino a poco tempo fa ne erano confinati gli equilibri.
Premesso che anche una buona e importante parte dell’editoria sportiva, Gazzetta in primis ma anche Sky e altre testate, ha preso posizione fin da subito con grande senso di responsabilità tenendo vivo il tema ogni giorno in prima pagina e incalzando Presidenti delle Società e delle varie Leghe, i veri protagonisti in positivo di questo romanzo calcistico tipicamente italiano sono ancora una volta loro, i social, che stanno svolgendo una funzione educativa e di critica davvero costruttiva.
Senza alcun linciaggio mediatico, che è sempre poco edificante e che non fa bene a nessuno, migliaia di tweet e di post su facebook stanno ricordando al mondo che, nonostante i diritti televisivi e il business delle società, il calcio appartiene al popolo e che la coerenza anche verbale di chi professa determinati valori non può essere a discrezione di chi comanda: se si squalificano giustamente giocatori per epiteti razzisti, se si chiudono curve per cori razziali o di discriminazione territoriale, se si comminano daspi sacrosanti a tifosi che incitano al razzismo, se si promuovono belle e doverose campagne per l’accoglienza e l’integrazione, allora bisogna essere seri e consequenziali e non si può fare finta di niente se il candidato alla presidenza della FIGC in un incedere a dir poco discutibile definisce una persona di colore un mangiabanane.
Tavecchio chiede scusa, dichiara di aver sbagliato e dice che i fatti della sua vita parlano chiaro per l’impegno in Africa e in altri Paesi del mondo a fianco dei più poveri? Figuriamoci, massimo rispetto, succede a tutti di sbagliare ma a certi livelli, se non a tutti, occorre assumersi la responsabilità dei propri errori. Nessuna condanna, quello che gli viene richiesto è solo un passo indietro di coerenza e buonsenso. O vogliamo forse creare un precedente per cui, la prossima volta che un tifoso si becca una diffida per un coro o uno striscione razzista, questi può tranquillamente giustificarsi con un lapidario “scusate, ho sbagliato” ed evitare così la pena inflittagli? No, non possiamo starci e soprattutto non ci staranno i social che continueranno la loro apprezzabile e disinteressata battaglia di civiltà.

L’hashtag #Notavecchio ricordano ai padroni del calcio, all’Italia e al mondo intero che la questione non potrà finire nel dimenticatoio, soprattutto in un’Italia il cui calcio attraversa una crisi di idee e di valori senza precedenti e necessita di riforme radicali, magari pensate e realizzate da uomini e donne che lascino le banane nei cesti della frutta e mettano sul campo da gioco, insieme al pallone, un po’ di cervello.
Intanto, anche grazie all’ondata di sdegno montata sui social, la FIFA e la UEFA, da sempre in prima linea nella lotta al razzismo, hanno preso posizione in modo molto netto chiedendo spiegazioni alla FIGC e ricordando che tutto questo non è accettabile. Anche dall’Unione Europea e dal Governo segnali sono arrivati segnali di irritazione, oggi potrebbe pronunciarsi il CONI che finora è rimasto prudente e che potrebbe indurre Tavecchio a ritirare la propria candidatura individuando magari una soluzione alternativa.
Insomma, siano benedetti i social che, se usati bene senza scadere a loro volta nelle offese e negli estremismi verbali, possono far rimanere indigesta una banana, sfidare ogni gioco di potere e fare un servizio al Paese e allo sport: perché il calcio, per tornare a uno spot del campionato di serie A, “è di chi lo ama” e non di chi lo comanda.
